La testimonianza di Tommaso

Io sono Tommaso…..il papà di Federica

Quel giorno di metà settembre, con il sole che batteva sulla sua scrivania, il medico cominciò a parlare con il freddo linguaggio delle statistiche. Venni preso da una violenta vertigine ma cercai disperatamente di aggrapparmi a quella percentuale di speranze, nella convinzione che mia figlia Federica, di appena sedici anni, sarebbe guarita.
Nel profondo del mio cuore, però, avvertii subito che mi trovavo di fronte a una diagnosi di condanna, e cominciai a ripetermi: “Saprò accettarlo, non piangerò, devo apparire forte davanti alla mia famiglia”
Così mi rimboccai le maniche nella convinzione che l’obiettivo fosse quello di provvedere a tutti i mezzi necessari. Dovevo resistere, essere una roccia, e soprattutto trasmettere fiducia nel buon esito della terapia.
Da quel giorno e per quattro lunghi anni la mia vita è stata continuamente in bilico tra remissioni e ricadute, speranze e disperazione e tutte le mie energie sono state impegnate a consumarsi in quella sfida quotidiana. Quando la malattia sembrava distrarsi Federica ricominciava ad andare a scuola, a dormire nel suo letto, a mangiare a tavola con noi
e tutti facevamo finta che la cosa durasse per sempre. Ma quando mi telefonavano per andarla a riprenderla a scuola perché non ce la faceva più a stare tra i banchi e uscivo da quell’aula con i suoi libri in mano, tra gli sguardi attoniti dei suoi compagni, allora il cielo si richiudeva sopra di me.
Ho lottato con tutte le mie forze perché si verificasse la remissione della malattia e mi sono buttato sul lavoro, mosso dall’ossessione che a lei non mancasse niente e dal desiderio di fuggire alla tragica realtà quotidiana..
Mi ero erroneamente convinto che la malattia di Federica era una questione che riguardava solo me, perciò nonostante parenti ed amici fossero disposti a darmi una mano, pensavo che spettasse a me risolvere il problema e perciò dovevo lavorare senza sosta. Avevo anche affidato a mia moglie Paola il compito di badare a Federica nel suo calvario quotidiano. Ognuno di noi era completamente assorto nei suoi impegni. Non avevamo tempo per noi e non pensavamo minimamente agli effetti che questo comportamento avrebbe avuto nel nostro rapporto di coppia: la malattia di Federica doveva avere la priorità, il matrimonio era in secondo ordine.
Pensavo di non potermi permettere di vivere un lutto anticipato, senza sapere che il mio lutto era cominciato il giorno in cui mi comunicarono la diagnosi, anche se una parte del mio cuore aveva sempre sperato.
Dopo quattro lunghissimi anni di malattia capii che mia figlia era stanca e che voleva andarsene. Mi ricordai d’improvviso una scena di un film visto in TV tanti anni prima, quando la mia famiglia viveva ignara le sue gioie quotidiane. C’era un ragazzo in un letto d’ospedale colpito dalla stessa malattia di Federica e una dottoressa spiegava ai genitori come dovevano comportarsi durante il decorso della sua malattia. Tra le tante informazioni una in particolare mi sembrò durissima: “Verrà un giorno in cui lui vorrà andarsene e voi non lo vorrete lasciare”. Quella scena mi squarciò la mente come un fulmine quella mattina mentre ero vicino a Federica. Mi ricordai d’un tratto di come nei giorni precedenti lei mi avesse rifiutato, non voleva che le tenessi la mano e quando mi avvicinavo per un bacio lei mi allontanava. Mi sono trovato così quasi senza che me ne accorgessi a rifiutare fermamente l’offerta di un tentativo di una nuova terapia, molto aggressiva ma con scarse probabilità di successo. Amara decisione quella di rifiutare e accettare l’idea che lei stava morendo, violentando me stesso per permetterle di allontanarsi in pace.
Quello stesso giorno cominciai i preparativi per il funerale e chiesi a un amico di sbrigare le pratiche burocratiche. Era già morta quando quel giorno rientrai nella sua stanza. Non ce l’ho fatta a vederla agonizzante. Qualche mese dopo ho saputo che nemmeno Paola c’era: era uscita un attimo a chiamare un medico ma in realtà la ragione della sua assenza era la stessa della mia.
Subito dopo il funerale mi sentivo distrutto, a pezzi ma nello stesso tempo sollevato perché sapevo che la mia bambina non stava più soffrendo.
Il dolore dopo la sua morte era così insopportabile che dovevo stordirmi di lavoro per soffocare la mia angoscia e non mollare. Occultavo la mia disperazione come se fosse un peccato e riuscivo anche a sorridere in presenza di mia moglie che arrivava a detestarmi apertamente quando la mattina uscivo di casa per andare a lavorare lasciandola sola. Forse lei cercava il mio sostegno ma il mio dolore era talmente forte che non mi permetteva di consolarla.
La domenica, quando ero costretto a non lavorare e a rimanere di più a casa, la sua presenza mi diventava insopportabile perché mi ricordava a ogni istante che mia figlia era morta e così cercavo di nascondere la mia sofferenza davanti a lei con chiacchiere superflue. Lei mi guardava con rabbia urlandomi che sarebbe stato meglio se fossi morto io al posto di Federica. Il solo sentire pronunciare il suo nome mi faceva star male a tal punto che dopo la sua morte non l’ho più nominata. Il mio carattere cambiò, persi l’allegria e mi isolai nel mio mondo interiore. Divenni indifferente ai problemi altrui e questo atteggiamento mi fece allontanare dalla gente. Non riuscivo a pianificare più niente: vivevo giorno per giorno nell’incertezza e nel dolore. Nemmeno la fede poteva aiutarmi perché dopo la morte di mia figlia rinnegai il mio credo dubitando dell’esistenza di un Dio che aveva lasciato soffrire così una bambina come la mia.
Il fatto di aver perso una figlia mi faceva sentire al di sopra di tutto: non avevo più paura di niente e tantomeno di morire, perché pensavo che niente di peggio potesse succedere dopo l’esperienza della morte di un figlio.
E così sono passati tre anni, ognuno di noi in famiglia facendo la propria vita e restando indifferenti al passare del tempo e degli eventi. Finché un giorno mi sorpresi, affacciato al balcone, ad aspettare Paola che tornava dal cimitero come faceva ogni giorno, da sola. Lei tardava insolitamente ed io fui preso dal pensiero che quando l’avessi vista spuntare dietro l’angolo portasse per mano Federica, la riportava a casa. E’ stato proprio allora che ho deciso di chiamare quel numero che un mio amico mi aveva appoggiato sotto il telefono, ben in vista sul mobiletto dell’ingresso.
Ci siamo ritrovati insieme io e Paola a salire quelle scale, silenziosi e assorti ognuno nei propri pensieri. Ricordo solo che mentre bussavo alla porta ho pensato: “ma esiste davvero qualcuno che vuole occuparsi di noi?”.
Poi il gruppo ci ha presi e ci siamo ritrovati a parlare liberamente di noi, della nostra storia e a sentirci confortati nel condividere il dolore con altre persone, ricevendo domande sincere e non di pura curiosità sull’accaduto.
Nel gruppo mi sento tra gente che ha scelto di sopravvivere e di non rimanere nel dolore e che lo fa con determinazione ed entusiasmo, consapevole che non si può tornare ad essere gli stessi di prima e nello stesso tempo tenendo sempre a mente che il giorno più brutto della nostra vita è passato. Gli altri mi hanno insegnato che si ha bisogno di parlare del figlio che abbiamo perso e a non evitare come avevo sempre fatto io di pronunciarne persino il nome. Ho imparato che si ha la necessità di raccontare della malattia che gli ha causato la morte e soprattutto dei nostri sentimenti che io fino ad allora avevo tenuto ostinatamente occultati.
Durante uno dei primi incontri, nel parlare di me e della mia vita di oggi ho avuto una crisi che mi ha permesso di buttare fuori tutto quello che mi ero tenuto dentro per anni: non mi credevo capace di serbare tanta rabbia, tanto rancore, contro tutti e tutto.
Poi, piano piano, mi sono ritrovato a cercare un senso alla morte di Federica: sono sicuro, dal momento che ho intrapreso questo cammino che lei ci abbia lasciato la missione di aiutare gli altri e abbiamo già cominciato a farlo. Mi sono reso conto che trovare un senso alla sofferenza richiede tempo, forza di volontà e soprattutto molte persone che ci accompagnano e ci comprendono. Non è un compito facile ma se accettiamo la sfida saremo già a metà strada nel lungo processo di guarigione. Paola l’altro giorno ha esordito dicendo: “mia figlia…” io mi sono sentito escluso come padre e ho avuto la consapevolezza della nostra lontananza quando ho pensato: “perché non dice “nostra” figlia?”. L’ho guardata, forse ci siamo capiti e lei si è messa piangere sommessamente. Poi Aldo, un papà che frequenta il gruppo da più tempo di noi le ha preso la mano ed è riuscito a dirle tante cose in modo così semplice e dolce, così partecipativo e consolatorio che mi hanno lasciato perplesso. Per la prima vota ho guardato mia moglie con altri occhi, quel manichino vestito di stracci neri che reclamava di essere consolata e Aldo mi stava insegnando la strada. Ho stentato a credere che quella fosse Paola, la ragazza solare che anni fa avevo sposato e che ora era diventata un’estranea per me. Ho sentito dal profondo del mio cuore che dovevo prendermi cura di lei ma che anch’io dovevo cominciare ad elaborare il mio lutto, cosa che già sto facendo da quando frequento il gruppo.
Ieri dopo la riunione ci siamo intrattenuti a chiacchierare e a gustare un dolce che ha portato Lina, orgogliosa di averlo preparato con le sue mani. E’ maggio e si parlava della prime comunioni: quasi tutti ci siamo ritrovati a dire di essere stati invitati e non so come, abbiamo cominciato a suggerirci le idee per i vari pensierini da fare. E’ stato quello un momento magico perché mi sono ritrovato su una dimensione diversa che da tempo mi era diventata estranea. Siamo usciti io e Paola con l’idea di farci un giro in centro per trovare ciò che ci avevano suggerito e che ci sembrava appropriato. Mentre camminavamo tra la folla del sabato mi ripetevo:” ma è vero?”.

Grazie,
con affetto
Tommaso

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