La storia di Nicoletta

Mi chiamo Nicoletta e avevo quarantasette anni. Dico “avevo” perché il mio tempo si è fermato a quella notte di quell’anno, quando il telefono ha squillato, svegliando una famiglia che fino ad un minuto prima aveva vissuto una vita tranquilla, con i suoi progetti, i suoi sogni, i suoi piccoli problemi di ogni giorno.
Lo avevo salutato tranquillamente, quel sabato, accompagnandolo alla porta e facendogli la solita raccomandazione che lo faceva sempre sorridere e cioè di non correre e di non tornare tardi.
Quel sorriso è l’ultima cosa che mi resta di Alessandro. Dopo, tutto si è spento e, dentro e fuori di me, si è fatto buio.
Ancora oggi stento a credere che fossi io, quella che in macchina, vicino agli agenti venuti ad avvertirmi, si dirigeva verso l’obitorio, né tanto meno che fossero miei quegli occhi che guardavano un corpo senza vita poggiato su un tavolo.
Mi sono convinta che in quei momenti qualcuno viene a prendere in prestito il nostro cervello e se lo porta via, lasciandoci testimoni senza pensieri e senza emozioni, davanti ad una scena che sembra non riguardarci.
Oggi, a cinque anni di distanza, vedo ancora un fantasma che si aggira smarrito nella stanza di Alessandro per cercare il suo abito più bello e un automa che tra la folla di una chiesa riceve abbracci e baci da persone che le sembrava di non aver mai conosciuto.
Quando la sera sono tornata a casa, nonostante ci fosse tanta gente, mi sono chiusa nella mia camera, da sola, e, seduta sul letto, riuscivo a pensare unicamente che ciò che stavo vivendo era un brutto incubo e che da un momento all’altro qualcuno si sarebbe presentato a dirmi che mio figlio era vivo.
Il tempo è trascorso senza che me ne rendessi conto. Qualche volta me ne accorgo quando compro dei vestiti o le scarpe agli altri miei due figli che, nel frattempo sono cresciuti a mia insaputa. Lo so che loro hanno bisogno di me più che mai, e che i loro sguardi interrogativi e smarriti esigono delle risposte o dei gesti amorevoli, ma la mia mente è sempre occupata dall’immagine di Alessandro che non mi abbandona mai: è il primo pensiero che si affaccia quando mi sveglio e l’ultimo che mi accompagna a prendere sonno. Sono perennemente ossessionata da una domanda, martellante e sempre la stesa:” Perché proprio a me? Cosa ho fatto di male per meritare tutto questo?”. Passo in rassegna la mia vita: mi rendo conto che sono stata una grande lavoratrice, una buona moglie, una madre sempre presente, ma, nonostante ciò, sono divorata dai sensi di colpa.” Forse se lo avessi ascoltato di più…., se fossi stata più attenta alla scelta delle sue amicizie, se io e Luigi come coppia fossimo andati più d’accordo…” ma non ci sono risposte ed io ripiombo nella disperazione più profonda.
Luigi vive il suo dolore a modo suo. Spesso penso, forse ingiustamente, che non gliene importa niente della morte del figlio, perché lo sento ridere e lo vedo andare al bar la sera.
Le nostre vite sono separate perché, pur vivendo sotto lo stesso tetto, siamo lontani dall’essere una coppia. Capita che lui mi cerchi in qualche momento di intimità ma io lo respingo e lo detesto, perché credo che non si renda conto che io sono talmente arrabbiata con Dio, con il mondo, con la vita che non posso più accettare nessuna forma di piacere, nessuna gioia anche perché penso che Alessandro si dispiacerebbe, lo considererebbe come un non rispetto verso di lui.
Il dolore ormai sembra separare le nostre vite, perché non riusciamo a darci l’abbraccio di cui avremmo tanto bisogno e a piangere insieme. Anche questo mi fa sentire in colpa e, siccome come mamma mi sento mortalmente mutilata e come donna ormai inutile, spero che un giorno la morte, che ormai non temo più, mi congiunga con mio figlio e mi faccia ritrovare la pace. Qualche mese dopo la morte di Alessandro è capitato che, mentre guardavamo la televisione, abbiamo sentito dei rumori provenienti dalla sua stanza o di essere improvvisamente inondati dal suo profumo. Ci siamo guardati e, sempre senza parlarci, ci siamo accorti che stavamo pensando la stessa cosa: lui era tornato da noi e ci stava dando un segno della sua presenza. L’emozione di quei momenti si è ripetuta nel tempo anche se oggi quei fenomeni si sono fatti rari. Quando mio figlio ci regalava quei momenti io avrei voluto abbracciare Luigi, grata per aver condiviso con me la stessa bellissima emozione, ma, nello stesso tempo, si apriva dentro di me uno squarcio e riecheggiava la stessa martellante domanda:” Chissà se avrà sofferto.. se mi ha chiamato nel momento dell’incidente…ed io dov’ero?…” Così il silenzio ripiomba a dividerci pesantemente.
La mia famiglia, oltre ad aver perso un figlio, ha perso anche gli amici, i conoscenti, i vicini di casa…sono tutti scomparsi. Nessuno ci telefona più e i miei figli stentano a trovare dei compagni con cui uscire. Quando vado a fare la spesa mi capita di vedere da lontano qualcuno che conosco, ma, ad un tratto, non lo vedo più, ha cambiato strada e il venditore mi serve per prima pur di farmi uscire presto dal negozio. La mia presenza crea disagio e imbarazzo perché gli altri pensano di non sapere cosa dire e così alla nostra porta non bussa più nessuno.
Quando per la prima volta mi sono recata presso l’associazione “La stanza del figlio”, ero angosciata dall’idea di incontrare altri genitori che erano passati per la mia stessa esperienza, e di dovere parlare con loro della mia sofferenza. Ma, non appena ho visto le loro facce e i loro sguardi mi sono resa conto di non essere sola. Mi sono subito legata a quei genitori. Per la prima volta ho potuto raccontare la mia storia liberamente, senza il timore che qualcuno si infastidisse, e, sentirmi dire “mi è successo lo stesso” è una cosa che dà sollievo.
Alcuni genitori che frequentano il gruppo da prima di me mi spianano la strada dandomi l’opportunità di capire ciò che avverrà più avanti e raccontandomi il modo in cui loro hanno affrontato queste difficoltà.
E’ molto confortante sentire che anche gli altri hanno sentito la stessa tua rabbia e l’invidia verso quelle coppie che si vedono per strada a spasso con i loro figli.
Ho capito che non sono l’unica e che se gli altri faticosamente stanno riprendendosi in mano le redini della loro vita, forse lo potrò fare anch’io. Non so. Per ora so solo che quando esco dall’associazione mi sento meglio, più leggera, come se avessi depositato il mio peso nelle mani di qualcuno.
Dopo aver partecipato al gruppo, ci tratteniamo ancora un po’ a chiacchierare e a mangiare un dolce che ciascuno di volta in volta si impegna a preparare con le sue mani. Ho capito che è un modo per ritornare vicino ai fornelli a preparare qualcosa che non sia il solito distratto pranzo, ma io non ancora lo faccio, anche se Luigi me lo chiede sempre.
Luigi non viene con me all’associazione, ma sempre più spesso mi chiede di che cosa abbiamo parlato e da qualche settimana mi accompagna fino alla porta. E’ la prima vola questa che usciamo insieme, che non sia per andare al cimitero.
Quando mi ha accompagnato l’ultima volta, la settimana scorsa, si è fermato in giardino, ha colto un ramo di pesco e mi ha detto di regalarlo alla dott. Luciana. L’abbiamo messo sul tavolo e tutti mi hanno sorriso. Grazie di cuore!
Nicoletta

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