Il Piccolo Enrico scrive

Le due lettere che seguono mi sono state consegnate da un bambino di nove anni, che chiamerò Enrico, nel corso del secondo colloquio che ho avuto con lui subito dopo la morte improvvisa di sua sorella di quasi diciotto anni, che abbiamo chiamato Betty.

La mamma e il papà di Betty  hanno chiesto da subito di essere aiutati  anche se era estate e l’associazione non lavorava a pieno ritmo. Per settimane la mamma e qualche volta il papà si sono presentati al nostro appuntamento.

Mi raccontavano però, nel corso dei nostri incontri  successivi,che per loro era sempre più difficile raggiungermi perché Enrico non voleva che si muovessero di casa e si faceva prendere da vere e proprie crisi ogni volta che loro si allontanavano per venire da me. Ho spiegato loro che il bambino aveva paura che ai genitori potesse succedere ciò che era accaduto alla sorella e cioè che una volta usciti da casa non ne avrebbero fatto più ritorno. Ho chiesto loro di portare anche Enrico, con loro, così mi conosceva, si tranquillizzava e non mi viveva più come quella persona che avrebbe potuto non farli ritornare più da lui.

Timido e molto impacciato, sulle prime, con lo sguardo attaccato all’espressione della mamma, quasi a volerne cogliere ogni sfumatura di sentimento che lei, alla presenza del figlio, cercava di tenere forzatamente occultato, Enrico mi si accomoda sempre più vicino sul divano e parla, parla, racconta di sé, dei suoi compagni, della scuola ma mai della sorella. Poi mentre gioca con qualche pupazzetto mi dice che lui la sorella la vede spesso, mentre scende dalle scale per uscire, le si avvicina ma si accorge che è un fantasma. Lo dice con tranquillità, perché questo è il suo modo di comunicarmi che sua sorella è morta.

Poi, come fosse diventato di colpo un piccolo adulto mi racconta della tante “cenette” a cui partecipa insieme ai suoi genitori, che per fortuna hanno un gruppo di amici che li ha sostenuti fin dal primo momento, e che lui vive come un modo naturale per lenire il dolore.

Lui vorrebbe raccontarmi tante cose della sua Betty, ma non ce la fa, ha paura che faccia male alla mamma, perché come ho scritto nel libro “Quando i sogni si colorano d’azzurro” i fratelli rimasti, anche se piccoli, vedendo i genitori in grande difficoltà, si improvvisano a fare loro stessi i genitori dei loro genitori, teneri e protettivi nei loro confronti..

Enrico però capisce che a me certe cose le potrebbe raccontare, si sente accolto e compreso ma le parole non si affacciano alle labbra, in presenza della mamma, così  appena un incontro più il là, dopo avere parlato e raccontato della sua settimana e descritto dettagliatamente ciò che i genitori avevano fatto, quasi fosse diventato un loro assistente, prima di andare via, nel salutarci mi consegna  alcuni  fogli strappati da un quadernone.

Sono le lettere che lui ha scritto alla sorella e che credo non abbiano bisogno di ulteriori commenti.

Devo dire però che, a distanza di due anni lo stato d’animo di Enrico si è alleggerito e schiarito, grazie al sacrificio che i suoi genitori hanno fatto partecipando fin dal primo momento ai nostri gruppi. Ora Enrico ha potuto anche dire alla mamma che la cameretta di Betty, dal momento che lei non c’era, avrebbe potuto occuparla lui e che avrebbe potuto trasferivi anche tutti i suoi giochi. E’ stato un modo dolce per aiutare la mamma a togliere le cose della figlia dal loro posto e a scongiurare il pericolo che la cameretta diventasse un piccolo museo che avrebbe tanto turbato Enrico.

Oggi Enrico è un ragazzino sereno e pieno di progetti, che ogni sabato, sapendo che i suoi genitori vengono al gruppo, mi manda sempre i saluti, con la tacita preghiera di continuare a prendermi cura di loro, come farebbe un genitore con i suoi bambini.

  

Lettera alla mia cara sorella Betty

 

Cara Elisabetta,, sorellina mia ogni giorno mi scende qualche lacrima dai miei occhi splendenti.

Purtroppo è andata così, sei andata nel caro paradiso dove Gesù ti aiuta e ti tiene felice.

E’ vero là si sta molto bene, ma qua le persone si aiutano a superare la tua morte con queste cenette che vedi da lassù.

Certe volte il criceto lo vedo e ripenso alle coccole che quasi lo torturavi, ma invece era sempre felice con te.

La tua camera è rimasta sola senza di te: i tuoi pupazzi o peluche piangono come me in un certo modo.

La nonna e noi siamo rimasti a bocca aperta per questa notizia così eventuale.

Allora io ti saluto con una foto che attaccherò su questo foglio.

                                                                                                 CIAO BETTINA

                                                                                                  Il tuo fratellino

Una risposta to “Il Piccolo Enrico scrive”

  1. Maria Antonietta scrive:

    Io sono tornata o meglio mi sono “rifugiata” quasi subito tra i miei bambini (faccio la maestra). Nessuno meglio di loro riesce a farmi dimenticare l’abisso che ho dentro.
    Grazie Enrico per la semplicità con cui racconti quanto ti manchi Betty, grazie per la speranza che comunichi.

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