Federica si racconta

Felice e Franca, genitori di Federica Vitullo, hanno tratto questa testimonianza dal suo diario.

27 Maggio 2007

“ Questa è una storia. E’ lunga e triste. Ma spesso le storie non sono a lieto fine. E le storie vere, come questa, si sa che non lo sono.”

“C’era una volta una ragazza. Usciva con le amiche e aveva una vita normale. Finchè un giorno…. si ritrovò in un luogo triste dove l’aveva costretta ad andare un ente maligno. Il suo nome era linfoma. All’inizio la ragazza accettò quel nuovo posto così misterioso e così sconosciuto e si adattò. Tutti intorno a lei dicevano che sarebbe tornata presto a casa con le sue amiche e alla sua vita. Ma quel giorno non venne. La ragazza aspettava e aspettava invano,  pensando costantemente che sarebbe uscita presto. Un giorno decisero il modo per far andare via l’ente maligno dentro di lei. Tutti le iniziarono a dire che avrebbe dovuto avere un po’ di pazienza. E la ragazza li guardava e sorrideva, inconsapevole di dove era capitata. E nei giorni seguenti finalmente lo realizzò. Era l’inferno. Presto il sorriso scomparve dalle sua labbra, come anche 60 cm di capelli. Il suo aspetto iniziò a cambiare. Ogni giorno la ragazza si guardava allo specchio e ogni giorno cambiava sempre di più, finchè non riuscì più neanche ad alzarsi dal letto. Per giorni rimase a letto con una flebo attaccata al braccio e una bandana in testa, per via dei capelli che iniziavano a cadere. Dolori inimmaginabili la attraversavano e la sfinivano, pur non facendo nessun movimento. Aveva continui mal di testa e vomitava per tutto il giorno, finchè non si sentiva svenire e non rimanevano nient’altro che le viscere dentro di lei. Un giorno le dissero che dovevano levare il catetere che avevano messo perché non funzionava più. Al posto suo rimase una cicatrice inguardabile. La ragazza lo prese come un segno: un brutto segno. Poi i dolori ricominciarono. E i capelli cadevano. Coprivano il cuscino e la bandana come pellicce. E la ragazza passava le ore con la bandana in mano sul water a levare capello per capello, finchè non rimaneva più niente; e poi se la rimetteva per ricominciare lo stesso lavoro il giorno dopo. Un giorno la ragazza si soffermò a guardarsi meglio nello specchio, o meglio, a guardare la ragazza che vedeva riflessa; ma non era più lei. La faccia gonfia, così gonfia da sembrare piena di silicone, capelli per tutto il pigiama, gambe magrissime, cicatrice inguardabile. E fu allora che accadde. Successe che la ragazza che non piangeva mai, che non versava una lacrima neanche per qualcosa di molto triste, scoppiò in un pianto incontrollabile. Calde lacrime che le scorrevano sulle guance e le bagnavano il pigiama, singhiozzi che la scuotevano come un terremoto, singhiozzi repressi per molto tempo, e una lama invisibile che la attraversava, la trafiggeva e la faceva sanguinare. No, non era sangue vero, ma sangue nero e velenoso come bile, sangue che le avvelenava l’anima a poco a poco. Passò molto tempo prima che la ragazza smettesse di piangere e si accasciasse al suolo sfinita. Per poi ricominciare a soffrire il giorno dopo. La ragazza in quei momenti aveva modo di pensare; pensava ai suoi compagni di scuola, con i loro futili e naturali problemi da adolescenti; pensava a come sarebbe stato bello correre in un prato o danzare freneticamente fino a crollare a terra zuppa di sudore ma felice. Pensava a come sarebbe stato bello vivere, una cosa che lei non faceva più da un mese. Arrivò il momento per la ragazza di porsi una domanda a cui nessuno avrebbe mai risposto chiaramente: ma esiste qualcuno lassù? Se esiste, perché devo soffrire così? Perché esistono malattie così terribili come la leucemia? E perché sono costretta a guardare i bambini intorno a me con la testa pelata e con la flebo al braccio? Perché esiste il dolore? E perché solo se sei in ospedale per un mese con i capelli che cadono e i dolori lancinanti, perché è solo allora che tu capisci il valore della vita? Cose semplici come mangiare una fetta di torta, come uscire in una giornata di sole, come avere i capelli, come camminare preoccupata per andare a scuola chiedendosi se andrà bene il compito di latino. Perché? La ragazza non aveva una risposta. Sapeva solo che le persone intorno a lei non capivano. Perfino quando, felicissima, uscì dopo due mesi per tornare in mezzo agli amici. Tutti le dicevano di tenere duro e che presto sarebbe finito tutto. E lei sorrideva e assicurava che andava tutto bene. Ma non era così. Non andava bene. Perché si sentiva falsa. Faceva finta di andare alle feste con gli amici, per i compleanni, per lo scambio culturale con i tedeschi; faceva finta. Tutto era difficile per lei. Non entrava più nei vestiti, indossava una parrucca sulla testa ormai spoglia, aveva dolori e spesso si stancava e non vedeva l’ora di andare a casa. Spesso indossava una mascherina e la gente la osservava,sfacciata; e i bambini indicandola chiedevano alle madri:” mamma, che ha fatto quella?” e le mamme affrettavano il passo e sussurravano velocemente cose senza senso ai figli, perché neanche loro ne avevano idea. E la ragazza soffriva. Poi tornava nell’ “inferno”e ricominciava. E poi riusciva e ricominciava a fingere. Ormai la ragazza si era abituata a questo, ma ciò che la infastidiva erano le persone che le dicevano convinte: “Io ti capisco”. E la ragazza aveva voglia di buttare tutto a terra e urlare a squarciagola che no, non la capivano. Nessuno la capiva. Nessuno di quelle persone aveva passato l’inferno che aveva passato lei in quei mesi. Nessuno di loro andava in giro con una parrucca in testa. Nessuno di loro aveva una cicatrice orribile che non se ne sarebbe più andata. Nessuna di loro aveva mai passato le ore sul water con una bandana in mano a levare, pazientemente, ogni singolo capello, quasi in modo paranoico. Come potevano capire? Ma la nota positiva era che la ragazza si sentiva cambiata dentro, non solo più grande: si sentiva più cosciente, più cosciente di alcune cose che se non si provano sulla pelle non si sapranno mai. Si sentiva più saggia, più sicura, più paziente. Perché di pazienza, in quei mesi, ne aveva avuta tanta. E lei non era mai stata paziente: Ma aveva imparato che non si può scegliere la propria  vita, e che quello che ti succede devi saperlo gestire e trovare una via d’uscita. Questo aveva imparato, ma nessuno l’avrebbe mai saputo. Ora la ragazza, una ragazza molto diversa dall’inizio della storia, sta ancora finendo ciò che deve fare ed è più sicura. Ora guarda la gente che passa con un sorriso, quasi un sorriso di superiorità ( ma non esattamente) perché lei sa. Sa il segreto della vita, che non si può imparare sui libri o a scuola, che solo lei e pochi altri ( sfortunati) eletti conoscono, un segreto che sfortunatamente si impara sulla propria pelle. Ora lei sorride e prende qualsiasi sciocchezza, che per gli altri è normale, come un dono. E mentre sta continuando ( e sta per finire) il lungo viaggio che ha intrapreso molti mesi fa, sospira, e pensando al suo futuro dice, come in quella canzone: “ quel che sarà, sarà” e aggiunge:” Qualunque cosa sia, la affronterò”. FINE 21 maggio 2007.

Due parole di mamma

Ti ho tenuta per mano e insieme abbiamo affrontato la vita.

Ti ho semplicemente tenuta per mano ed insieme abbiamo affrontato la malattia.Tu, fiera, hai camminato a piedi nudi sui rovi.

Ti ho tenuta per mano mentre lasciavi questa vita. Ora, mio dolce tesoro, danzi leggera a piedi nudi su petali di rose.

Desidero ringraziare la Dott.Luciana Orsatti , psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’associazione “ la stanza del figlio”( www.lastanzadelfiglio.com  tel 3474715301) a cui mi sono rivolta diverso tempo fa e che offre ai genitori colpiti da lutti precoci a prescindere dalla loro condizione socio economica e dal loro credo religioso, uno spazio in cui possano sentirsi ascoltati e compresi. Grazie! Franca Marini, la mamma di Federica.

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