Perchè

Il lutto è un’esperienza così spesso vissuta ma così poco trattata, studiata o discussa perché di fronte alla morte ogni uomo si ritrova con i suoi limiti e deve riconciliarsi con la propria fragilità. La morte di un figlio poi è qualcosa che la ragione semplicemente non può ammettere; è inaccettabile in quanto spezza la continuità della vita, spegne quella fiaccola che si è ricevuta dalle generazioni precedenti e che si è passata a lui nella speranza che a sua volta avrebbe potuto tenerla accesa per donarla ai suoi figli; la morte di un figlio è quanto di più innaturale e drammatico ci possa essere, è il progetto stesso della vita che viene colpito e messo in discussione.
“La morte dei giovani è un naufragio, quello dei vecchi è un approdare al porto” diceva Plutarco. E veder naufragare il proprio figlio senza riuscire a far nulla per salvarlo è il dolore più terribile e atroce in assoluto che si possa provare nella propria vita.
Così la famiglia si isola, chiudendosi in se stessa perché nessuno sembra sapere come aiutarla: il suo dolore mette tutti a disagio e così i genitori imparano che se nascondono i loro veri sentimenti e stati d’animo saranno meglio accettati.
Le maschere che indossano nelle relazioni sociali finiscono per diventare troppo pesanti e, quando nel loro privato vengono dismesse nessuno si riconosce nell’altro, estranei nella stessa casa, vietando accanitamente l’accesso a chiunque voglia entrare “fuori orario di recita” proteggendosi da un mondo esterno che è visto come minaccioso.
Autobiasimo, senso di colpa e di fallimento, rabbia e risentimento spadroneggiano nelle loro stanze aggredendo ognuno in tempi e modi diversi, provocando reazioni di per sé incomprensibili ma, a ben vedere, riconducibili ad una ferita mortale.
Conseguenza di un prolungato rifiuto della realtà perché troppo drammatica, le domande si ripetono martellanti e implacabili: li rincorrono ovunque e loro si sentono impotenti a sfuggirle e ancor peggio a dare una risposta:
“Che cosa abbiamo fatto per meritare tutto ciò?”
“Se solo avessi potuto aiutarlo”
“Se potessi tenerlo con me una sola volta ancora”
“Se solo potessi dire: “Ti voglio bene” ancora una volta”
“Scusami, scusami, scusami”.
Molti genitori sentono il bisogno di tenere intatta la stanza del loro figlio: può sembrare loro che se mettono via le sue cose la morte diventa reale. Anche se spesso hanno l’opportunità di spostarsi altrove o di cambiare casa, essi non possono, per timore di perdere totalmente il figlio che, se dovesse “tornare a casa”, non troverebbe nessuno ad accoglierlo.
L’improvvisa tragica morte di un figlio inquina seriamente la vita dei rimanenti membri della famiglia. Spesso le carriere vengono interrotte perché molti adulti sono incapaci di tornare al lavoro per un certo tempo o rendono poco quando lo fanno.     I matrimoni vanno in crisi perché il coniuge può diventare l’oggetto di rabbiosi e impazienti scoppi di collera che nascono dall’angoscia e dalla frustrazione per la perdita subita. Alcuni abbandonano la Chiesa e altri luoghi di socializzazione e rifiutano di parlare dell’accaduto creando, in questo modo, tensione nei loro rapporti con gli altri. Ogni membro della famiglia soffre in solitudine e ciascuno si sente senza speranza.
Riprendersi dalla perdita di un figlio richiede pazienza, duro lavoro e tempo. Solo combinando questi 3 elementi si può uscire dal lutto. I ricordi non andranno mai via, né devono, ma l’intensità del dolore diminuirà e gli spasmi dell’angoscia si faranno sempre meno frequenti.

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