Una “riuscita” che non è affatto “riuscita”

Il senso di impotenza e lo smarrimento profondo che la mamma prova per la scomparsa del figlio sono difficili da gestire e allora la mamma deve inventarsi qualcosa che le dia l’impressione che la sua vita abbia ancora un senso, che lei come mamma può ancora dare qualcosa a suo figlio.Ed ecco che si improvvisa regista per la preparazione di quel primo rito a cui seguiranno nel tempo altri, quello della messa di “riuscita.”Quella prima messa ha conservato l’antica denominazione, quando, lontano nel tempo, dopo un lutto si imponeva ai parenti più stretti di non uscire di casa per un mese, come per proteggere quelle ferite dell’anima ancora troppo fresche che non potevano in alcun modo correre il rischio di essere esposte. Paradossalmente anche dopo una nascita si imponeva alla mamma una clausura di quaranta giorni, apparentemente per riprendersi dalle fatiche del parto ma in effetti per consolidare quel rapporto tra madre e figlio senza inquinamenti esterni, senza interferenze, proprio per sugellare un rapporto esclusivo.
Lei si presenta in chiesa puntuale,trepidante come farebbe un innamorato al suo primo appuntamento.Non ricorda più quanta fatica ha fatto a scegliere l’abito, nè se ha messo un filo di trucco. Che importa? Lei va per lui e quando nel corso della cerimonia sentirà pronunciare il suo nome allora sì che vive un momento di estasi, lo stanno chiamando per nome, allora lui c’è, non è scomparso per sempre come dicono, che bello sentire quel nome, quanta gioia riempie il suo cuore. E’ una sensazione questa che non provava più da un mese. Poi comincia a sentire dei rumori, dei mormorii, delle voci, è la gente che si alza perchè la cerimonia è finita. Lei si guarda intorno smarrita, ma dove sono? Dove è mio figlio? Chi sono tutte queste persone vocianti che le si accalcano intorno, la baciano, la stringono e…purtroppo parlano anche? Lei è costretta ad ascoltare quelle frasi che suonano come un insulto al suo dolore: ” ma come stai bene… non pensavo di trovarti così! Ma come sei coraggiosa, perchè te lo devo dire, se fosse successo a me non so cosa avrei fatto, tu sei un esempio per tutti noi così dignitosa e così forte. Lei vorrebbe scagliare la sua rabbia conto tanta stupidità e si pente di aver organizzato e partecipato a quel rito. Vuole tornare a casa e in fretta, anche se “le amiche” e i parenti stretti le hanno già detto che l’accompagnano, quindi entrano e fanno la loro riunione tra un caffè e un dolcettto che qualcuno nel frattempo ha provveduto a preparare. Si alza a fatica da quel banco, si sente come una marionetta vuota anche se la sue gambe e tutto il suo corpo fanno fatica a muoversi, tanto sono pesanti. Finalmente guadagna l’uscita. I suoi occhi, dopo la penombra che regnava in chiesa, sulle prime stentano a mettere a fuoco i volti e le cose poi…quel foglio bianco appiccicato al muro diventa sempre più nitido e più nitide diventano le lettere cubitali di un nero sconvolgente che formano il nome di suo figlio. E’ il suo manifesto di morte, aggiornato sì, ma è sempre lo stesso.Lei ha un cedimento, è lo stress, è la stanchezza sente dire intorno a lei, no è l’orrore senza fondo che quel manifesto le provoca. Eppure forse l’avevano informata, le avevano forse chiesto il permesso, ma come si fa a chiedere un permesso del genere?Lei allora chiude chi occhi, la mente e il cuore e il fantasma di lei si avvia verso casa.
Luciana Orsatti

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