UN PONTE SOPRA LE MAREE Il difficile cammino di una madre che ha perso un figlio

Capitolo scritto da Luciana Orsatti inserito nel testo “I giorni rinascono dai giorni” Ed. Paoline

E’ una foto in bianco e nero, un po’ sciupata e dai contorni ingialliti, l’immagine che la mamma che ha perso un figlio presenta di sé. Una sagoma scura, impressa su uno sfondo bianco, anonimo e nello stesso tempo minaccioso perché sembra che impercettibilmente si muova e si dilati fino a minacciare di cancellare l’immagine che ospita.
L’inquietudine che ci trasmette è simile a quella che si prova quando, durante la proiezione di un film molto coinvolgente, la pellicola si arresta tagliando una scena a metà e mostrandoci un’immagine in una posa innaturale e scomoda, che cerchiamo di completare tentando di immaginare le sequenze successive, ma la cui immobilità prolungata ci costringe a fissarla e a riflettere, aiutati dal buio della sala.
Ed è proprio facendo buio intorno a noi, azzerando tutti gli stimoli, mortificando la nostra presuntuosa voglia di darle la carica e farla camminare di nuovo come si fa con i burattini, che possiamo guardare questa donna, prenderla in carico e occuparci di lei.
Siamo noi che dobbiamo incamminarci nella sua direzione, raggiungere quel lembo di mondo al quale è rimasta disperatamente arroccata dopo che quel maledetto giorno si è trovata ad essere il baricentro di un devastante terremoto:
“Ho visto la terra aprirsi quasi sotto i miei piedi e sono rimasta immobile sulla porta mentre alle tre del mattino qualcuno in divisa mi parlava di mio figlio, di un incidente e mi invitava a seguirlo. Io non potevo camminare perché se mi fossi mossa di un millimetro avevo l’impressione che sarei sprofondata dentro quel buco nero.”
Lei resta dunque al di là di quel burrone, una statua di sale ferma nel tempo, mentre il marito e i figli sembrano averlo saltato, d’un balzo, nel disperato tentativo di allontanarsi da quel mortale pericolo.
Perciò non più il classico “Qui ed ora” ma “Altrove e prima” costituiscono le nuove coordinate su cui muoversi per mettersi in contatto con lei.
Da ora in poi, infatti, tutto ciò che avverrà dopo quel “prima”per lei non avrà più molta importanza, non verrà considerato di volta in volta significativo in modo diverso a seconda le circostanze ma sarà chiamato semplicemente “dopo”: anonimo, piatto, grigio, indifferente.
Lei ama restare nella dimensione temporale del “prima” perché e lì che ha perso suo figlio e lì che rimane ad aspettarlo:
” Non posso averlo perso così. Lui non si sarebbe mai allontanato da me per sempre senza salutarmi, e quella sera l’ho sentito passare davanti alla mia stanza, mentre raggiungeva la sua al piano di sopra e non è entrato. Non poteva avere certo l’intenzione di farsi del male, altrimenti sarebbe venuto a darmi un bacio, sia pure dell’addio. Sarà partito per un breve viaggio, e tra un po’ tornerà a casa, perciò non posso muovermi, altrimenti non mi troverà”.
La pietosa bugia del viaggio che la mamma si racconta è una sorta di salvagente che lei costruisce per continuare a navigare pericolosamente in una specie di equilibrio sopra la follia. E una parte di lei, quella meno danneggiata, è consapevole di questo auto inganno ma sa che per ora non può farne a meno. Quello della negazione è il primo massiccio meccanismo di difesa che la mamma mette in atto per non soccombere.
Ed è proprio la negazione dell’evento che le fa dire:” Sono ormai parecchi anni che ho perso la mia bambina ma io tutte le sere, sempre alla stessa ora, mi metto sul balcone e aspetto. E’ quello un momento della giornata in cui la mia tempesta interiore si placa, i miei muscoli di distendono allentando quella contrazione dolorosa, quella morsa feroce che mi costringe a muovermi come un manichino. Guardo la strada sotto di me e soprattutto fisso quella curva che mi impedisce di vedere oltre ma dalla quale io da un momento all’altro vedrò spuntare mio marito che, come ogni sera, di ritorno dal lavoro, passa al cimitero. Lo aspetto e pur sapendo l’ora precisa in cui lo vedrò io esco
sul balcone molto tempo prima, incurante del freddo e dell’afa, perché quello è il tempo della mia ritrovata gioia, il tempo in cui torno a riconoscermi, a volermi bene, a fare progetti per il futuro, a ricordarmi che ho un altro figlio e che se anche l’ho trascurato per tutto questo tempo, ora mi occuperò di lui, come facevo prima, perché mi sento una mamma di nuovo” intera”. Poi una sagoma familiare comincia a sbucare da dietro l’angolo:ecco ora lo vedo, è lui che sicuramente porta per mano la mia bambina, che è andato a prenderla e me la riporta indietro!”. Quando la mamma si rende conto che la fiaba che i suoi pensieri hanno pazientemente intessuto, quel pietoso artificio messo su per lenire un po’ il suo dolore e farla respirare un attimo si conclude, scontrandosi contro il muro della cruda realtà, si sente invasa da un forte sentimento di rabbia che viene esternato a raffica, e le cui tonalità variano a seconda del proprio vissuto, della propria storia familiare, delle circostanze in cui il figlio è morto.
Anche se spesso viene chiamato in causa quel Dio dal quale si è sentita ingiustamente castigata, quel Dio nella cui giustizia aveva sempre creduto e che invece gratuitamente la ripaga privandola di una parte fondamentale di sè, anche se molte volte è il medico ad essere accusato di essere stato superficiale, frettoloso, di non aver valutato a fondo la situazione, o l’automobilista incauto che ” bastava che girasse la testa o alzasse gli occhi o togliesse dall’orecchio quel cellulare per accorgersi di lui in tempo”, rimane sempre il marito il bersaglio scoperto della sua rabbia, essendo la figura emotivamente e fisicamente più vicina a lei, la più significativa.
“Mi sono innamorata di lui quando frequentavamo l’università e la cosa che mi piaceva di più era quel sentimento di protezione che si sprigionava da tutta la sua persona. Mi sentivo come se con lui io sarei riuscita a superare tutti gli ostacoli e così è stato per un lungo tratto della nostra vita, poi non so cosa sia successo….è possibile che non sia stato capace di salvare nostro figlio, che ha assistito impassibile alla sua lunga malattia senza darsi da fare per trovare il farmaco giusto, senza impedire che morisse…io lo detesto per questo!”
La mamma, sempre arroccata nel suo territorio del “prima” non può essere in sintonia con chi, come il marito, si muove nel territorio del “dopo”, aiutato dal fatto che per cultura è stato educato a reprimere la sua parte emotiva più profonda prediligendo quella razionale e pratica. E così lo accusa tacitamente quando lui la mattina si veste di tutto punto per andare al lavoro mentre lei:”Io mi vesto per non andare nuda, con degli stracci che comprendono tutte le tonalità del grigio, di un grigio stanco che rispecchia la desolazione del mio mondo interno, che sembrano mantenersi a stento appiccicati al mio corpo che dimagrisce sempre di più; non posso aprire quell’armadio e vedere quei colori, quelle scollature, quelle sete, non mi appartengono più, perché ogni pezzetto di stoffa mi parla di lui, dei suoi complimenti quando li indossavo, perché ci teneva a vedermi sempre curata e invidiata dai suoi amici; non posso andare dal parrucchiere a rimettere in forma la mia pettinatura perché non posso tagliare i capelli, nemmeno di un centimetro: lì si sono posati gli occhi di mio figlio e, tagliandoli, mi sembra che perderei irrimediabilmente qualcosa di lui.”
Anche se la mamma è molto giovane ed è stata sempre molto attenta al suo maquillage ora il trucco ha perso il suo fascino, non trova più spazio nella sua vita, perché è stato soppiantato da un altro tipo di trucco, più radicale e invasivo, che copre tutta la sua persona, che è penetrato in profondità e che l’aiuta a recitare per ingannare sé e gli altri durante tutto l’arco dell’intera giornata, fino alla sera, quando esausta, si chiude in camera e al riparo dallo sguardo altrui può per qualche ora ritornare ad essere se stessa, nel suo familiare territorio del ” prima” dove tutto le parla del figlio, dove ogni cosa è imbevuto del suo profumo che lei respira a pieni polmoni fino allo stordimento. Quel suo”prima”, dunque, incombe sulla casa, in seno alla sua famiglia in ogni istante, tenta di paralizzare tutti in una morsa dolorosa dalla quale il marito cerca di liberarla, di trascinarla via, di sottrarla a quei tentacoli che la tengono prigioniera, ma se qualche volta ha l’impressione di avercela fatta, il giorno dopo la ritrova nel suo luogo “del prima” come se una invisibile Penelope durante la notte avesse provveduto a ripristinare l’antico assetto..
Lui, sbigottito e frastornato da un avvenimento che di colpo ha azzerato la sua vita, sente che quell’ozio in cui vorrebbe costringerlo la moglie è pericoloso, che lo indurrebbe a pensare a suo

figlio che, invece, per lui è morto e basta, non c’è più, per cui sistema il suo dolore in fondo alla sua anima come un pacchetto chiuso che deve rimanere lì, nascosto nel buio della profondità, mentre lui riprende in mano la sua vita. Si butta disperatamente sul lavoro, moltiplicando i suoi impegni e sentendosi così giustificato per i suoi rientri a casa molto tardi o addirittura per le sue prolungate assenze e in questa sorta di negazione dell’evento, dai contorni solo in apparenza diversi da quella che mette in atto la moglie, sembra muoversi disinvolto tra le pieghe della sua vita, contrapponendosi a volte in modo apertamente provocatorio al comportamento della moglie che, quasi paralizzata dal dolore, si è rifugiata in un atteggiamento contemplativo del ricordo del figlio. Ma lei non ci sta, non può, è troppo, perché vede proiettato su lui il nuovo modello di comportamento della sua vita, e lei non lo può accettare, non ce la fa, e quando lui apertamente il sabato la invita ad andare a cena fuori, lei non risponde subito, perché non realizza nell’immediato il reale significato della richiesta in quanto la coppia sembra aver smarrito il registro della comunicazione, ma subito dopo tuona” Perché non sei morto tu al posto suo? Sarebbe stato molto meglio e io, massimo sei mesi, sarei tornata ad essere quella di prima!”
Non è una conversazione questa, ma una sorta di “Blob” in cui la mamma trova spazio per vomitare tutta la rabbia che si è letteralmente impadronita della sua persona, incuneandosi in ogni fibra del suo essere al punto da farle gridare la stessa cosa anche ai figli che sono rimasti e che a modo loro tentano di rimettersi in piedi senza l’aiuto di nessuno dei due genitori, ognuno dei quali è impegnato a fronteggiare il proprio dolore, separatamente e in solitudine.
Potrebbe sembrare che, nell’esprimere il suo disperato rammarico per non aver potuto barattare la morte del figlio con quella del marito e eventualmente con un altro figlio, la mamma abbia raggiunto il limite della sopportabilità del suo dolore e si avvii pericolosamente verso il territorio del caos mentale.
In effetti, in questi casi, la mamma agisce una distorta forma di aiuto nei confronti dei suoi familiari, prestando la sua voce ai loro desideri inconfessati, perché il papà in fondo è il primo che desidererebbe essere morto al posto del figlio e che in cuor suo non vede l’ora di raggiungerlo, anche se non lo dice mai apertamente. Da parte sua il figlio, che di colpo si trova a dovere sopportare una triplice perdita, quella reale, fisica del fratello e quella affettiva di entrambi i genitori si sente talmente solo e abbandonato da desiderare di raggiungere il fratello, anche perché gli sembra che solo dopo morto lui riacquisterebbe la sua importanza agli occhi dei genitori . E lei? Lei vive un sentimento ambivalente nei confronti della morte. Da una parte vorrebbe raggiungere il figlio a tutti i costi e ciò la pone in una posizione di pericolo, soprattutto quando la sua struttura psichica è già di per sé fragile o comunque quando il dramma assume proporzioni catastrofiche, al limite della gestibilità come per esempio quando il figlio muore suicida. Dall’altra, invece, lei, anche se dice che è il senso di responsabilità verso gli altri figli a dissuaderla all’ultimo momento dal gesto estremo, in effetti non vuole interrompere quella speciale relazione con la morte che ha avuto inizio dal momento in cui ha perso il figlio. Lei ama corteggiarla, invitarla nel suo letto quando la sera si affretta a trovare riparo nella sua camera da sola, prima che il marito possa raggiungerla:si intrattiene con lei, ci parla, non ne ha affatto paura, anzi la considera un’amica preziosa in quanto tra le sue braccia ha portato suo figlio e se è potuto andare lui, anche lei potrebbe facilmente farlo. Ma ciò non avviene perché se da una parte la mamma non vede l’ora di oltrepassare quel misterioso confine per poter riabbracciare il figlio, dall’altra ha paura che se dopo la morte non dovesse esistere più niente, lei avrebbe perso anche la possibilità di poter stare in qualche modo in contatto con lui,sia pure attraverso questa relazione dolorosa.

E così anche se qualche volta può capitare che la madre metta in atto episodi di violenza contro se stessa il tentativo non si rivela quasi mai estremo, perché vige la legge:”Non voglio vivere ma non posso morire”.
“Dopo la morte di mia figlia io penso sempre di farla finita. Non è strano che io abbia di questi pensieri, perché ormai la morte è una mia amica ed è venuta ad abitare dentro di me. Ho avuto sempre paura di rimanere sola in casa perché so di poter subire certi”fascini,” quello per esempio di una grossa manciata di farmaci, di una finestra, di una corda. A volte mi sento sul punto di impazzire, anzi lo desidererei tanto, ma sa perché non succede? Perché nel nostro caso anche impazzire sarebbe un privilegio, perciò non ci tocca”.
La mamma che ha perso un figlio subisce di colpo un cambiamento radicale e appare “diversa” agli occhi dei suoi familiari che stentano a rapportarsi con lei.”Mia madre è diventata un fantoccio, un fantasma, trasparente, imprendibile, che se provi a rincorrerlo si allontana sempre di più. E’ come se di colpo avesse cambiato colore, il suo viso è diventato colore della terra, e al cimitero ho visto che anche il viso delle altre mamme hanno lo stesso colore!”
Lo sgomento dei familiari è grande, di fronte a questa donna che, pur continuando a svolgere le normali attività di prima, non è più la stessa,ed è altrove.
Ed è ancora su quel suo territorio del “prima” che lei accoglie e ospita una vasta gamma di sensi di colpa che sembrano autoinvitarsi dopo un simile avvenimento e che, trovando un terreno molto favorevole, si moltiplicano a dismisura.. Lei se ne riempie fino a scoppiarne ma nello stesso tempo se ne nutre anche, perché se qualche volta capita che dopo la morte di un figlio per varie ragioni tardino ad arrivare la mamma li chiama quasi, ne ha bisogno e così passa in rassegna la sua vita e quella del figlio alla ricerca di qualcosa che può averlo fatto soffrire e a cui lei si aggrappa per poter dare un senso, sia pure in termini di punizione, a quella perdita altrimenti inspiegabile. Se capita che nella vita della mamma si è verificato qualche aborto, non importa se spontaneo o volontario, prima o dopo il matrimonio, la morte del figlio viene vissuta come una punizione data da Dio per aver osato disporre della vita di qualcuno senza averne nessun diritto. In ogni caso, quando questi forti sensi di colpa non trovano modo di essere stemperati, la madre vive nell’angoscia che prima o poi verrà punita per qualcosa che naturalmente non sa e la sua terrificante paura è che possa venirle sottratto anche un altro figlio.
E così mentre per lei inizia quel pericoloso iperinvestimento emotivo sulla vita degli altri figli, soffocandoli e togliendo loro una gran bella fetta di libertà e facendoli sentire in colpa se non si adeguano, per il marito comincia la richiesta ossessiva di avere un altro figlio, una specie di “rimpiazzo” che gli confermi quello di cui è già convinto e che cioè la vita ha subito sì un cambiamento ma che tutto può essere ripristinato come prima, che il numero dei componenti della famiglia può tornare ad essere quello di una volta e che perciò la vita può riprendere a tutti gli effetti.
Ma il papà non tiene conto di quella frattura, di quel baratro che si è aperto quel giorno nella loro vita, che ha relegato la moglie sull’altra sponda e che se la coppia non viene aiutata a costruisce un ponte, una via che ricolleghi e rimetta in comunicazione le due parti, c’è il rischio che le maree allontanino sempre di più quei lembi di terra, trasformandoli lentamente in due isole, distinte e separate, ognuna con la propria vita.
Che la madre si trovi a vivere in una dimensione anacronistica e di forte disagio psichico viene facilmente rivelato dal suo mutato rapporto con la cucina, che il marito e i figli da subito colgono.
Quando torno a casa la sera non sento più un profumo di cucina: quel luogo della casa è diventato come blindato. Mia moglie era una brava cuoca, amava cucinare e ora a tavola vedo una cena frettolosa, magari acquistata all’ultimo momento nel negozio sotto casa.”
Sempre a causa di quella distanza abissale che separa la coppia, lui non riesce a comprendere che nel cuore della moglie, come in cucina, non si riesce più ad accendere un fuoco, che possa sprigionare quel calore che può trasformare la cose fredde e crude, come il cibo appena comprato e parallelamente i sentimenti congelati dal freddo della morte in qualcosa di caldo e commestibile e soprattutto in qualcosa di digeribile.
E’ innegabile che la madre che perde un figlio si trova a fronteggiare un dolore così intenso da impedirle di poter percorrere le diverse fasi del processo di elaborazione del lutto e la costringe a mettere in atto meccanismi di difesa che tendono ad annullare o affievolire tutte le reazioni proprie di questo processo.
Il più delle volte è il corpo che si assume l’onere di esprimere tutta l’angoscia che la mente non può contenere, perché il processo mentale che dalla somatizzazione conduce alla mentalizzazione di un evento, in questo caso trova enormi ostacoli nel suo percorso.

E’ significativo la scelta di un certo organo del corpo che la mente della mamma in lutto fa per rappresentare la sua angoscia.
L’isterectomia che la mamma, alcuni anni dopo la morte del figlio di solito subisce, viene affrontato con sentimenti ambivalenti. Da una parte con grande rabbia verso un organo che non può assolvere più alla sua funzione, che di colpo smette di essere utile e dall’altra una profonda tristezza perché si sente privata di quella parte di sé molto preziosa, perché è stata la prima antica dimora di suo figlio.
Allo stesso modo il seno, anch’esso, come l’utero, ricco si significati simbolici, può dare dei problemi, perché come tutti gli altri attributi femminili perde la sua importanza. Ma il malessere più significativo e anche il più frequente che accompagna troppo spesso questa donna è quel misterioso dolore alla pancia, come a voler comunicare che lei ha uno squarcio lì, anche se noi non lo possiamo vedere:”Io non so cosa mi succede….all’improvviso, senza aver nemmeno il tempo di poterci riflettere, vengo presa da dolori così violenti che devo piegarmi su me stessa e resto paralizzata finchè non mi trasportano all’ospedale. Mi sento come se le viscere mi venissero violentemente estratte dall’addome, e non riesco più a controllare il mio corpo”.

E’ ancora il corpo che diventa un prezioso collaboratore nell’elaborazione del lutto, là dove la mente non può ancora farcela. La mamma che di solito seppellisce il suo dolore perché troppo grande da poter essere contenuto nelle sua mente, che gli sbarra la strada negandogli ogni via di uscita , alla fine cede alle richieste del suo corpo che non ci sta, perché avverte che il tutto è troppo costoso in termini di energia e la costringe a fermarsi nella quiete di una stanza d’ospedale dove spera che lei finalmente possa accogliere, fare spazio a quel dolore che finora è riuscita a mantenere fuori della porta della sua coscienza.
In questo regno del ” prima”, in questa specie di Eden che la sua mente ha frettolosamente costruito per offrirle un riparo e impedirle di uscire di senno, la mamma si aggira errabonda, come avvolta in una coltre di nebbia , alla ricerca dell’oggetto perduto,che, non potendo essere metabolizzato, rimane dentro di lei come una presenza intrusiva e ossessiva e talmente invasiva che le impedisce di concedere spazio ad altri oggetti. Non c’è futuro nel suo orizzonte, perché il presente è appesantito da un passato non elaborato e superato.
Ma una parte di lei, sia pure molto in ombra, riesce ancora a far sentire la sua voce, specie di notte, quando, spenti i clamori esterni e abbandonatasi al sonno, sembra traghettarla a sua insaputa verso l’altra sponda, su quel territorio del “dopo e al di là”, dove l’aspettano il marito e gli altri figli,ma che lei da sveglia non riesce ancora a raggiungere.
E durante questo suo viaggio notturno lei sogna e il sogno è molto significativo quanto ricorrente: “Ho sognato di andare a riprendere il mio bambino a scuola. Lo trovo che mi aspetta in giardino, appoggiato ad un albero. Mi chiama e mi viene incontro, ma io nell’abbracciarlo mi accorgo che ha i vestiti a brandelli e che sono leggeri, estivi mentre in realtà fuori nevica. Corro a casa con l’idea che lo devo “cambiare”, gli devo trovare dei vestiti adatti e rimproverandomi ad alta voce della mia distrazione e incuria. Come ho potuto lasciarlo così? Mi metto a cercare affannosamente i vestiti dappertutto, spalancando gli armadi e tirando fuori i cassetti ma non riesco a trovarli. L’angoscia è talmente forte che mi sveglio di soprassalto con difficoltà a respirare.”

Il significato della frase ricorrente nei sogni della mamma che ha perso un figlio e cioè quella di doverlo “cambiare”affonda le radici in due ordini di fattori. Uno più superficiale, direi più vicino alla coscienza, che deriva dal fatto che davvero quando il figlio è morto non è stata in grado di provvedere a prendere gli abiti adatti e il compito è stato affidato ad altri, la cui scelta in seguito verrà da lei stessa criticata, e uno più profondo e significativo che si riferisce all’esigenza, non ancora riconosciuta a livello cosciente dalla madre, di dover “cambiare” il figlio, nel senso di doverlo ” cambiare” come creatura umana per fargli posto nel proprio cuore come “spirito.”
E proprio cogliendo questa comunicazione preziosa che la mamma ci fa, sia pure tramite il sogno,
che dobbiamo accorgerci che è giunto il momento di prenderla per mano e iniziare la costruzione di un ponte, pazientemente mattone dopo mattone, per realizzare quella via di collegamento tra lei e la
realtà e aiutarla a cominciare a guardare più in là, sempre più in là, in direzione dell’altra sponda, dove si intravede la vita e dove crescono i fiori.

Luciana Orsatti

2 Risposte to “UN PONTE SOPRA LE MAREE Il difficile cammino di una madre che ha perso un figlio”

  1. Gaetana Salerno scrive:

    È meravigliosa e dolorosa questa descrizione, arriva oltre, dove non è mai facile arrivare, grazie. Io ho perso un figlio due anni fa, si è suicidato a 21 anni, tre settimane prima avevo perso mia sorella per un cancro fulminante. Vivo sola, ho altri due figli, amatissimi e ognuno per la sua strada.Mi ritrovo arroccata nel-prima-anche se protesa verso il -dopo-
    Anche io non apro più l’armadio, non vedo altro che le poche cose che uso sempre, grigie o blu, giusto per vestirmi. Non ho più un rossetto.
    Mi guardo ma non mi vedo. Ho riacceso il forno dopo due anni per cucinare qualcosa di buono per mio figlio e i suoi amici, ero disorientata,
    era un gesto dimenticato.Mi ritrovo in tutto.
    Sono qua.Grazie Gaetana

  2. Cara Gaetana, grazie per avermi scritto.Vuoi continuare a farlo magari al mio indirizzo di posta mail che appare lì, sul cielo della mia pagina? Raccontami di più di tuo figlio, e di te. Te ne sarei molto grata. Intanto ti abbraccio forte e….ti aspetto. Tvb, Luciana

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