Con Marco Josto Agus, in un viaggio dentro la vita

Dedicato alle opere di Marco Josto Agus. Figlio di Beniamino che frequenta il nostro gruppo.

Non semplicemente una galleria d’arte, quella dove sono esposte le opere di Marco, ma un luogo prezioso, un angolo della nostra anima dove lui ci accompagna a ritrovare noi stessi, a riprendere i contatti con la nostra vera essenza, quella più privata e profonda, quella che è capace di scacciare gli innumerevoli “sosia” che siamo costretti ad ostentare in presenza di altri.
Solo così, in compagnia della nostra vera identità, possiamo accostarci alla sua ricca produzione e coglierne il messaggio, che rimane solo nostro, una sorta di segreto che ci lega a lui, perché non può essere raccontato, non può essere espresso a parole, perché…non si può descrivere con le parole una melodia, il brivido di una emozione, il turbamento di un sogno. Le parole sono insufficienti, impotenti quando devono esprimere dei sentimenti che viviamo con intensità e in modo inequivocabile.
E Marco, da autentico artista quale era, tutto questo lo sapeva, si era reso conto che altri alfabeti e altre lingue dovevano essere inventati per trasmettere quel groviglio di emozioni che si accalcavano dentro di lui nell’urgenza di esprimersi..
Lui ha affidato il suo messaggio alla percezione cromatica che potremmo definire un linguaggio sensoriale, senza parole, che tutti possono comprendere, una sorta di “lingua visiva” che, come i linguaggi molto primitivi, è la stessa per tutti e per tutte le culture, ma viene valutata da ognuno di noi in modo del tutto personale, filtrata dai nostri stessi sentimenti.
E così i colori diventano il suo alfabeto e lui spende il suo tempo a rincorrerli, ad acchiapparli e mescolarli, alla continua ricerca del nuovo, sempre in conflitto con una quotidianità monotona e ripetitiva da cui voleva allontanarsi, perché sentiva che non era nato per questo; lui si sentiva chiamato ad altro, tenacemente alla ricerca della vita e dell’arte in sintonia col suo mondo poetico e ciò gli riusciva facile perché aveva la capacità di appellarsi esclusivamente al suo mondo interiore con il quale intesseva un continuo dialogo.
Marco si fa dunque portavoce di un messaggio altamente poetico, silenzioso e per
questo”sovversivo” che turba, perché ci costringe a riflettere sui contenuti che la futilità e la mondanità del quotidiano ci impongono di ignorare, perché si fa cantore della poesia di un colore e della musica di un sogno, e ci sentiamo proprio come se ci muovessimo in un paesaggio di un sogno, quando , davanti alle sue opere, abbiamo l’impressione che una pennellata di poesia si dipani davanti ai nostri occhi, nel momento in cui lo sguardo si posa; in quel momento si avverte che qualcosa ci rapisce e ci accompagna in una dimensione che non ci è abituale, dove i colori esprimono ciò che i suoi occhi hanno percepito, passando però per la via del cuore
E così ci ritroviamo d’un colpo, quasi a nostra insaputa, dentro quell’eremo che si staglia solitario contro l’azzurro del cielo a ridosso del blu profondo del mare.
La magia della sua arte ci permette quasi di vederlo, lassù, là dentro, rincantucciato e assorto a gettare uno sguardo sul mondo, proprio da quel punto dove per lui era possibile poter vedere oltre, e dove gli altri,invece, dicono che il mondo finisca. Sembra quasi che affidi al blu dell’etere quello speciale messaggio di unità dell’universo, che non poteva esprimere diversamente se non per mezzo di quella costruzione immediata di un immagine attraverso un segno grafico che solo la poesia e la musica riescono a suscitare.
E ancora una volta si affida al blu, quel blu intenso e assolutamente puro, del “Mare Notturno” di Giulianova, al di là del quale è capace di farci vedere l’infinito, trasmettendoci un senso di appagamento e di armonia, di affetto e di sicurezza,
Da sempre infatti gli artisti dipingono di blu il mantello di Maria, la madre di Gesù, proprio perché rappresenta il colore della durata e dell’eternità, della fedeltà del legame, inteso come sentimento di appartenenza.

La sua opera ci mostra sempre uno spaccato della sua vita, ma nonostante i contenuti profondi, la sua produzione è a misura d’uomo, perché Marco si sentiva una persona comune ed è per questo che poteva comunicare con gli altri e il suo messaggio poteva raggiungere profondità abissali, più giùsempre più giù fino all’essenza delle cose.
E davanti a quel ponte, che con le sue solide arcate, sembra voler contenere lo scorrere inesorabile dell’acqua, del tempo e della vita, sulla cui superficie il cielo incessantemente butta manciate di azzurro, ci sentiamo quasi testimoni di quel dialogo che Marco continuamente aveva con l’universo, della sua ricerca di quella via di collegamento, che il ponte egregiamente rappresenta, tra l’uomo e la realtà, sempre intento a guardare quel punto lontano al di là del ponte, la cosiddetta “altra sponda”, alla costante ricerca di nuove mete, nel nobile sforzo di dare un senso alla sua vita. E proprio al cospetto del senso di stabilità che quel ponte ci trasmette che Marco sembra prenderci per mano e aiutarci ad attraversarlo, nel simbolico significato di “andare oltre,” di sciogliere quei conflitti interiori che tante volte ci tengono prigionieri e fermi nelle nostre convinzioni e ci impediscono di scoprire che un po’ più il là c’è la vita .Lui riesce a trasmetterci il coraggio di andare avanti, perché ce ne indica la strada, ce la disegna e ce la consegna. E anche se nell’attraversare quel ponte ci dovessimo sentire soli, come siamo soli tutte le volte che nella nostra vita dobbiamo prendere delle decisioni importanti, dobbiamo dare una svolta alla nostra esistenza, lui riesce a insegnarci a vivere in compagnia della solitudine, a diventare sua amica e a non barattarla con parole “in libertà” per riempire un silenzio che parla di profondità. Marco si fa sempre portavoce di un messaggio nuovo, nella sua semplicità di linguaggio e di forme, nella creazione di uno stile comprensibile a chiunque, affidando alla rappresentazione dei fiori il suo eccessivo impeto creativo, quando l’esplosione dei colori ci parla della scioltezza della sua mano e della sua abilità nell’abbattere gli scomodi cancelli della razionalità.
Tra quei fiori possiamo rintracciare tutti gli stati d’animo di Marco e anche i nostri, perché lui ce ne ha svelato l’alfabeto.
E così, se vogliamo assaporare fino in fondo la dolcezza dell’arte di Marco, lasciamoci prendere per mano dai colori, da quel rosso che ci trasmette forza, voglia di conquista e desiderio espansivo, una profonda attività spirituale e un ardente entusiasmo. Del resto da sempre i pittori hanno rappresentato le fiamme dello Spirito Santo sulle teste degli illuminati proprio per esprimere fiducia nella propria forza.
L’impeto della passione si stempera poi nel verde, perché il tumulto dell’anima possa placarsi e riappropriarsi di quel senso di stabilità interiore, un attimo di tregua dopo una lotta che mette pace tra le contraddizioni interne ed esterne, tra gli opposti stati d’animo. Un regno, quello del verde, dove ognuno può ritrovare la ricchezza dei propri valori, l’integrità, la dignità e la stima di sé. Ma Marco era uno spirito libero, e affida al giallo questa sua voglia di ricerca del nuovo, di cambiamento, di rapporti liberi che contribuiscano al suo sviluppo personale. Il giallo trasmette un senso di trasformazione e sviluppo, liberazione e sollievo, è il colore dell’illuminazione e della salvezza:l’aureola del capo di Cristo il Salvatore, infatti, è rappresentata sempre di colore giallo. In questo vivace girotondo di colori, esistono anche delle zone d’ombra, dei chiaroscuri che sembrano passare quasi inosservati. Ma come in paesaggio onirico, è proprio quello spazio in ombra l’elemento chiave di tutta l’interpretazione.
E’ questo lo stile di Marco, un dire delicato e sfumato, che riesce a far passare inosservato agli occhi distratti ciò che è invece molto importane, perché è sicuro di essere riuscito a parlare all’anima che, come ben sappiamo, non ha bisogno di chiasso per recepire i messaggi.

Solo ad una interpretazione superficiale la vivacità del mondo di Marco sembra placarsi nella stupenda”Natura Morta”, dove solamente il piano del tavolo resta un elemento realistico e formale, mentre in realtà tutta l’opera esprime movimento.
I frutti , benché racchiusi da precise linee di contorno,sembrano aprirsi a mostrarci i semi, a invitarci a prenderli, farli nostri, piantarli nel nostro giardino interiore perché nascano nuove consapevolezze, nuove speranze.
Marco, che aveva capito fino in fondo il meraviglioso mistero della vita, ci insegna a vedere il miracolo infinito in ogni cosa, in ogni essere che osservava e che passava per la sua strada. Lui sapeva benissimo che il mistero della vita è racchiuso dentro un seme, invisibile ai nostri occhi ma la cui presenza non può essere negata. Si tocca quasi lo sforzo che lui fa a trasmetterci, tramite il seme, questa spinta a produrre, questa misteriosa forza che ci indirizza verso il futuro. Ci impone di riflettere su questa forza, anche se nessuno di noi la può vedere, toccare, odorare, ascoltare e assaggiare. C’è, esiste, perché lui ce la consegna trasmettendoci la sua consapevolezza di vivere in un corpo limitato e contemporaneamente in un mondo interiore illimitato.
Immersi in questo universo di sogno nel quale Marco ci ha ospitato e guidato, dove ognuno di noi ha ritrovato una parte di se stessa che riteneva smarrita, si prova un senso di sgomento a rientrare nella nostra dimensione abituale, nel nostro piccolo mondo che ora ci sembra ancora più piccolo e inadeguato; ma ancora una volta Marco ci viene in aiuto e ci indica il sentiero da percorrere per non sentirci smarriti:ancora una volta uno sfondo azzurro che ci regala una sedia, semplice, robusta, solida, ben piantata ma vuota. Si ha l’impressione che qualcuno l’abbia lasciata lì per un attimo, ingombra ancora delle letture in cui era immerso.
Marco sembra dirci che è giunto il momento di chiudere quei i libri dai quali troppo volte abbiamo creduto di trovare il segreto della felicità e di avere il coraggio di sedere in una stanza, da soli, per scendere nei meandri più profondi della nostra anima, per lasciare che la mente quieta ascolti e impari dal silenzio.
I musicisti dicono che è il silenzio tra le note che fa la musica e Marco la sua melodia è riuscita a comporla ed è stato tanto generoso da regalarcela.

Luciana Orsatti

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